| La Stampa: Guzzetti (CNR), contro frane e allagamenti delocalizzazione di aree a rischio |
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| Scritto da Valentina Arcovio |
| Giovedì 27 Ottobre 2011 11:38 |
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«Siamo a un bivio e abbiamo soltanto due opzioni: accettare i rischi oppure decidere di mitigarli iniziando dalla delocalizzazione di gruppi di abitazioni un po’ in tutta italia». È pragmatico Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale delle ricerche, nel commentare l’ennesima tragedia provocata dal maltempo. «Chiacchiere - dice - ne abbiamo fatte già troppe. È arrivato il momento di agire». Per prevenire queste tragedie l’unica soluzione è abbattere gli edifici? «Sì. Capisco che sia difficile da accettare, soprattutto socialmente, ma se non vogliamo più morti per frane o allagamenti bisogna abbandonare le aree più fragili del nostro paese». Come siamo arrivati a questo punto? «Oggi stiamo pagando lo scotto di un processo di urbanizzazione e cementificazione eccessivo fatto negli anni ‘60 e ‘70. Abbiamo costruito senza pensare alle fragilità del nostro territorio. Sono state create infrastrutture in aree che non riescono a reggere precipitazioni intense, come ha dimostrato la cronaca degli ultimi nostri 50 anni». Di quante aree stiamo parlando? «Moltissime. Forse troppe. Si trovano sparse per tutto il territorio nazionale. Per farci un’idea sommaria basta leggere l’ultimo rilevamento effettuato dal Servizio Geologico Nazionale in collaborazione con le Regioni. Allora sono state cartografate mezzo milione di frane, ma noi siamo convinti che siano molte di più, almeno qualche milione». Delocalizzare gruppi di case è concretamente fattibile? «Difficile, ma assolutamente fattibile. In Calabria, ad esempio, la Protezione civile ha tempo fa spostato un intero nucleo abitativo. È stata un’operazione travagliata, soprattutto da un punto di vista giudiziaria, ma alla fine ha funzionato». È un opzione molto costosa? «Sì. Bisogna vedere se ne vale la pena. In Germania, ad esempio, dopo una serie di inondazioni lo Stato ha deciso di ricomprare alcune aree facilitando lo spostamento dei cittadini verso altri centri abitati». Vale la pena provare anche in Italia? «Secondo me sì. È un provvedimento sicuramente impopolare ma che va preso se si vogliono evitare tragedie come queste avvenute in Liguria e Toscana o come quella avvenuta lo scorso anno a Vicenza. Delocalizzare sicuramente potrebbe costarci miliardi di euro, ma gli economisti ci dicono che sul lungo periodo costa di più ricostruire dopo una catastrofe che investire e prevenire il rischio idrogeologico». Oltre la delocalizzazione, cos'altro servirebbe? «Ci sono altre misure per mettere in sicurezza il territorio. Ad esempio, si possono rendere le strutture più efficienti facendo in modo che non si muovano in caso di maltempo. Ci sono inoltre diverse soluzioni per evitare che l’acqua appesantisca troppo il terreno causandone il cedimento. In generale, abbiamo bisogno di piani di sviluppo virtuosi, di nuove opere strutturali in grado di difenderci dal rischio idrogeologico. È un investimento, questo, che in futuro potrebber salvare la vita di molti nostri concittadini». |








